Il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l'illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s'irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d'osso,
non ha motivo di essere triste.
E' abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.
5 febbraio 1963
Nelle prime ore di lunedì 11 febbraio Sylvia posa accanto ai lettini dei bambini del pane e del latte, spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo e asciugamani; poi scende in cucina, sigilla anche qui tutte le fessure, si sdraia con la testa nel forno, la guancia appoggiata a un tovagliolo ripiegato, e apre il gas.
Viene trovata alla mattina dall'infermiera e da un operaio che hanno dovuto forzare il portone perchè il vicino è intontito dalle esalazioni. Appuntato sulla carrozzina del figlio ha lasciato un biglietto: "Per favore chiamate il dottor Horder". E' il suo unico messaggio.
Quasi esattamente sette anni prima aveva scritto nel suo diario: "Accade ogni tanto che le forze neutrali e impersonali del mondo cambino rotta e si scontrino con uno schianto di tuono del giudizio. Non c'è motivo per il terrore improvviso, per il senso di condanna, se non che tutte le circostanze rispecchiano l'intimo dubbio, la paura interiore".
Sylvia Plath
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