04 mar 2012

Lascia perdere sei solo un pirla

Lascia perdere, sei solo un pirla, si capisce che vuoi scusarti, ma appunto scusati e basta o stattene zitto e soprattutto lascia stare Peppino Impastato, che quello era un eroe civile e la sua forza morale non sai nemmeno cosa sia.

7 commenti:

silvano ha detto...

Pensavo fosse solo un ingenuo che per stupidità si è prestato, insultando quel carabiniere, a una strumentalizzazione pesantissima da parte dei media, facendo in pochi attimi un danno enorme d'immagine alla causa per cui dice di battersi. Poi facendolo parlare s'è visto invece che è veramente un pirla e un coglione oltre ogni limite. Bravo.

Totonno58 ha detto...

Io veramente l'avevo pensato subito...ed il suo atteggiamento di fronte al carabiniere è stato quello tipico del provocatore che cerca in tutti i modi di sollecitare una reazione, in modo tale da sentirsi in diritto di dare del fascista alla controparte...per fortuna/purtroppo siamo tutti abbastanza vaccinati!

gattonero ha detto...

Due volte pirla, una in valle l'altra in tivvù.

angie ha detto...

Punta Raisi
http://www.peppinoimpastato.com/punta_raisi.htm
Le lotte per l’esproprio delle terre.
1968: Da tempo si ventilava la ipotesi della costruzione di una pista per l’atterraggio nelle giornate di scirocco. La procedura d’esproprio, d’intesa con l’amministrazione comunale, era stata avviata senza alcuna pubblicità. Una legge borbonica prevede che la delibera sia appesa all’albo e che contro di essa ci si possa appellare entro quindici giorni: nessuno vide mai quella delibera e nessuno si appellò. Così un giorno all’improvviso comparvero i tecnici per le rilevazioni ufficiali. Si formò allora, sotto l’egida del PCI e del PSIUP, un Consorzio Espropriandi, con l’obiettivo di evitare gli errori commessi nel primo esproprio. Stavolta la zona era diversa: vi lavoravano circa 200 famiglie a conduzione familiare di azienda agricola, gran parte vi soggiornava in permanenza, altri vi si recavano nel periodo estivo. La zona era ricca di frutteti, agrumeti e uliveti. La produzione ortofrutticola costituiva il polmone dell’economia del paese.
I rilevamenti vennero ostacolati dai proprietari, ma la procedura seguì il suo iter: il progetto venne cambiato ben quattro volte ma questo non era fondamentale: importava di più chiudere la zona e militarizzarla in modo da riservare la costa alla villeggiatura degli aeroportuali e lasciare le carte in mano a chi volesse speculare sulla vendita dei terreni residui.
I contadini e gli stessi tecnici notarono come la pista non avrebbe mai potuto servire allo scopo, poiché lo scirocco aggira le montagne e si infila dalle gole, creando pericolosi vuoti d’aria. Non servì a niente. L’impresa venne condotta tra un mare d’illegalità vergognose, con brutalità e decisione. Significativa l’azione di Peppino Impastato, che davanti all’alternativa di ottenere un compenso equo per i terreni, sostenuta dal Consorzio Espropriandi e quella di lottare contro la costruzione della pista, propose questa seconda via, appoggiata dalla maggioranza dei contadini. Furono organizzate due manifestazioni: nel corso di una di queste alcuni giovani, tra cui anche Peppino, vennero denunciati per organizzazione di manifestazione non autorizzata. C’era stato un momento in cui Peppino aveva proposto l’occupazione del Municipio: poteva essere una scelta storica, si scelse la via della pacifica dimostrazione, e fu la fine.
La denuncia delle illegalità non bastò. Gli avvocati Pomar e Cipolla del PCI rifiutarono la proposta di difesa legale con la motivazione che la pista era una necessità. E la pista si fece. Le rilevazioni e gli accertamenti sulla consistenza dei terreni vennero condotti con l’assistenza di due funzionari regionali, dal momento che nessuno dei cinisensi si era prestato; questi fungevano da testimoni, nello spregio totale del Decreto Legge 19 agosto 1917, n 1399, che prescriveva la residenza nel luogo d’esproprio per questi testimoni; per concludere si passò all’attacco armato, nella migliore tradizione di comportamento dello stato italiano nei riguardi dei problemi meridionali.(segue)

angie ha detto...

2)I contadini avevano predisposto un sistema d’allarme con bombole vuote di gas. Una mattina presto sentimmo suonare le bombole e tutti ci riversammo al limite dove iniziava la zona da espropriare. Vedemmo arrivare circa trecento soldati e carabinieri, seguiti da motopale e attrezzi. Il tenente dei carabinieri rivolgendosi alle donne esordì con atteggiamento provocatorio “Le solite facce! Le lavandaie si stiano a casa”. Uno dei contadini afferrò il tenente gridandogli:”Lavandaia devi andarlo a dire a tua moglie”. I soldati lo afferrarono per portarlo via ma gli altri riuscirono a toglierlo dalle mani degli sbirri. Il tenente provò ancora:”Ora ve ne tornate tutti a casa, buoni buoni, perché qui dobbiamo iniziare a lavorare”. Fu un coro di proteste “Prima dateci i soldi!”, “In quale casa andremo se ce la buttate giù!” A questo punto il tenente diede ordine alle ruspe di procedere. Ci sistemammo tutti davanti alle ruspe, seduti per terra, in atteggiamento muto ma deciso. Le ruspe si fermarono quasi sopra i nostri piedi.
Fallito il progetto di spaventarci il tenente ordinò la carica; fummo massacrati di botte, compresi donne, vecchi e bambini. U zzu Luigi Rizzo, di 70 anni, svenne, colpito alla testa e alle costole e fu ricoverato d’urgenza. Franco Maniaci, poi vice sindaco di Cinisi, per aver detto “bastardo” ad un carabiniere venne subito processato e condannato per direttissima a 7 mesi. Gli altri fummo sbattuti come oggetti inutili, ma non riuscirono a smuoverci. In serata ci recammo in delegazione presso il presidente della Regione il quale disse che il massimo che avrebbe potuto fare era dare il 10% di anticipo sul valore dei terreni. Significava la fame. Il Consorzio decise di accettare l’accordo, mentre la maggior parte dei contadini voleva il proseguimento della lotta. L’indomani i tecnici si presentarono certi di cominciare il lavoro. Ci riunimmo in un centinaio, fermandoli. Romano Maniaci, fratello di Franco, andò dal direttore dei lavori, riferendo che il Consorzio si era accordato e che a protestare erano rimasti solo un gruppo di facinorosi, manovrati da alcuni maoisti. In serata c avvisarono che il giorno dopo era meglio non farsi vedere. Andammo in pochi. N realtà fu un gran polverone, ci trovammo davanti a un esercito di soldati, carabinieri, agenti in borghese con macchine fotografiche, cani poliziotto, elicotteri che giravano sulla contrada, pronti per affrontare la guerriglia e la rivoluzione: e fu la fine. I carabinieri stessi erano turbati e sconvolti a sentire l’acre odore dei limoni divelti, nell’assistere allo scempio che si fece di case, ancora arredate, nel vedere le lacrime di chi non aveva più casa né terra.
Terreni si cominciarono a pagare dopo quattro anni, con prezzi dalle 200 alle 700 lire mq. Molti terreni risultavano come seminativi, nonostante fossero coltivati intensivamente, e come tali vennero stimati e pagati, Per Cinisi fu la distruzione totale della sua struttura agricola. Di tutta quella gente ne rimase ben poco: U zzu Faru Agghiu, morto dopo un mese dall’esproprio, ci confidava “Vedi, per me il Mulinazzu è la mia stessa vita. In paese non ho che fare e mi sento accupatu (oppresso). Qui lavoro, respiro aria pura e mi sento tranquillo. Se mi tolgono questo io muoio”. Morì, e sua moglie poco dopo di lui. U zzu Peppi Maccuneddu, morto tre mesi dopo: è rimasto ancora là, con il fucile in mano, a cacciare quelli che volevano buttar giù la sua casa. U zzu Luigi Rizzo, rimasto acciaccato e sofferente per le botte ricevute in quello scontro. U Turcu costretto ad emigrare. Rocco Monacò, bracciante, costretto a lavori precari e a sistemazioni provvisorie. Peppino Puleo, costretto a riprendere l’attività di ciabattino. U zzu Vitu u Checca, disoccupato con i figli emigrati. Cola Maltese morto. U zzu Vitu Biondo, morto. A zza Grazia Maltese, morta. Si dirà erano vecchi. E’ in parte vero, ma è vero che un giorno solo di vita tolto ad essi rimane un crimine di stato che nessuno potrà mai ripagare né giustificare.(segue)

angie ha detto...

(ultimo)Come sapevamo quella pista non è servita a niente; nelle giornate di scirocco il traffico rimane sospeso e gli aerei atterrano a Trapani o a Catania. Su quella pista di sangue sono rimasti i morti di crepacuore, gli emigrati, gli sbandati, i 350 morti di due aerei precipitati, i numerosi incidenti, le dichiarazioni dei piloti di tutto il mondo, che si rifiutano di atterrare, non riscontrando le condizioni minime di sicurezza.
Di quelli che eravamo in quei giorni siamo rimasti in pochi, espropriati non della terra, ma della stessa vita, spinti a guardarci in faccia senza riconoscerci se non come spettri di un sistema che parla di libertà e non sa nemmeno dove sta di casa la democrazia. Su quelle terre è stata avviata la massiccia opera di speculazione mafiosa del progetto Z-10, con un giro di 6 miliardi, la cui approvazione segreta Peppino aveva denunciato nei suoi ultimi giorni di vita. Su quelle terre sono ancora rimasti a seccare al sole i brandelli del corpo straziato di Peppino, a testimonianza di una vita che tutto aveva dato affinché gli altri continuassero a vivere con dignità di uomini. E niente altro.

silvano ha detto...

Che Peppino Impastato fosse un eroe civile, lo sapevo.

Che l'aeroporto di Punta Raisi abbia fatto felice la mafia pure.

Non capisco il gigantesco copia e incolla.

Quel pirla con Peppino Impastato non c'entra proprio nulla lo stesso, che cosa poi c'entri Punta Raisi con la Val di Susa rimane per me un mistero. Non si può ragionare per assonanze, son due cose parecchio diverse. Poi se mi vuoi dire che in Italia anche quando si fa una rotonda, si mette 'na pezza sull'asfalto, si costuisce un marciapiede c'è il rischio concreto di infiltrazioni malavitose lo so. Non è che rinunciando alla TAV si combatta la mafia, perchè allora tanto vale non fare più nulla. La TAV se non s'ha da fare non s'ha da fare per altre ragioni.
ciao, silvano.