18 mag 2010

Departures - Yojiro Takita


REGIA: Yojiro Takita
SCENEGGIATURA: Kundo Koyama
ATTORI: Masahiro Motoki, Ryoko Hirosue, Tsutomu Yamazaki, Kimiko Yo, Takashi Sasano, Kazuko Yoshiyuki

Daigo Kobayashi è giovane violoncellista in un’orchestra di Tokyo, l’orchestra un giorno viene sciolta e lui disoccupato ritorna con la moglie alla sua cittadina natale di Yamagata, in un Giappone rurale completamente diverso per ritmi e colori dalla grande città tecnologica.

Qui, rispondendo all’annuncio di un giornale cade in un malinteso: credendo di trovare lavoro in un’agenzia di viaggio in realtà trova impiego in una specie di agenzia di pompe funebri, più propriamente un’agenzia di nokanshi dove il lavoro consiste nel lavare e preparare ritualmente le salme “per la partenza”, per il rito di passaggio che è la morte.

Un lavoro che comincia da un equivoco e che diviene trasformazione, scelta di vita, scoperta di sé.

Fermarsi e ripartire senza lasciarci dietro nulla, ma dando un senso a tutto quello che non l’aveva ancora, ricomporre i pezzi di un puzzle esistenziale.

Un continuum difficile da realizzare ma possibile; amori, passioni, relazioni preferenze che si declinano naturalmente in una grande armonia.

Poesia e musica che si estrinsecano nella forma d’arte della cura dei morti perdono i loro confini e divengono un tutt’uno.

Nokanshi che da senso all’esistenza e alla morte vista come tappa, come cancello verso altre forme d’esistenza. Cura delle salme come momento di passaggio, di catarsi e consolazione per i parenti in un rito che non necessariamente implica fede religiosa ma che da la sicurezza che proviene dalla tradizione.
Ritorno e ricerca delle proprie radici, uomini esseri naturali ancor prima che culturali che trovano la propria strada esattamente come quei salmoni che si vedono in una scena del film che nuotano e faticano per andare a morire là dove sono nati.

Film poetico, recitato benissimo e di grande fascino per un occidentale che vive in una società dove la morte è stata rimossa, dove non si muore più in casa, dove sempre si muore in luoghi lontani ed impersonali, dove la morte è malattia, rimozione e non fatto naturale e accettato.

Forse era così anche da noi, quando l’Italia era una società contadina, non lo so io non c’ero.

Mi hanno raccontato che si moriva in casa e anche i bambini vedevano i morti.

Dimenticavo, Departures ha vinto l’Oscar come miglior film straniero…e in Italia qualcuno pensava di poterla spuntare presentando quella zuppa malriuscita di Baaria?! Ma mi faccia il favore!, mi faccia. Come avrebbe detto il grande Totò

5 commenti:

Ernest ha detto...

ottima recensione silvano, hai perfettamente ragione per quanto riguarda il nostro rapporto con la morte
un saluto

giannirock ha detto...

Dopo quello che hai scritto, è imposisbile resistere alla tentazione di vederlo.
A prescindere da tutto, Baarìa è un filmetto...

Itsas ha detto...

una recensione che mi "obbliga" moralmente a vedere questo film, appena il mio amico ambulante ce l'avrà, glielo compro!

zefirina ha detto...

vado stasera a vederlo poi ti dico

Marco (Cannibal Kid) ha detto...

film molto delicato su un argomento pesante, affrontato come oggi solo gli orientali sanno (forse) fare