01 mar 2009

Lost in Translation


"Lost in translation" è un film interpretato da Bill Murray e Scalett Johansonn, e raccontato da una straordinaria regista: Sofia Coppola (migliore di Francis Ford!).
Murray è un divo americano, con alle spalle un matrimonio che sta per finire. Si trova a Tokyo per girare lo spot di un whisky giapponese!?La Johansonn si trova in Giappone al seguito del marito fotografo, che è sempre in giro a lavorare; lei non parla giapponese ed è sempre da sola a girare per stanze d'albergo dove, fatalmente, incontra un altrettanto sperduto ed isolato Murray. La Coppola ci racconta queste storie di fallimenti sentimentali tratteggiando la società giapponese con realismo, una rispettosa punta di ironia, e usandola come metafora delle esistenze dei due protagonisti: un'idea tanto originale quanto difficile da realizzare
.

La regia riesce ad operare su un doppio binario. Da un lato ci dà un affresco della società giapponese che ad un occidentale sembra realistica, nel senso che credo che effettivamente da un lato i giapponesi siano ultramoderni ed appaiano come persone che tendono a scimmiottare gli occidentali ma, dall'altro siano, in realtà, anche e contemporaneamente, molto originali ed indipendenti ed abbiano trasformato i loro costumi tradizionali, adattandoli ai tempi della società occidentale, conservando però la loro identità nazionale. Questo fatto provoca, ai due protagonisti del film, il senso di straniamento di una società che, sulle prime, sembra declinata in eccesso sulla nostra ma che, poi, risulta di fatto inaccessibile e misteriosa. Dall'altro lato la sapienza di Sofia Coppola riesce, con classe e profonda sensibilità psicologica, ad usare come metafora questa società straniante per raccontare il fallimento delle reciproche vite sentimentali. La stanchezza della vita di coppia che si scopre, indifferentemente dopo due (Johansson) o dopo venticinque anni (Murray), giunta al capolinea. Un capolinea fatto di incomprensioni dove le usuali parole di tutti i giorni risultano estranee ed incomprensibili, così come i grattacieli di Tokyo assomigliano a quelli di Los Angeles ma nascondono vissuti diversi e storie diverse, diversi significati. I due protagonisti, queste due solitudini che si incontrano, troveranno alla fine un linguaggio comune, una sintesi delle loro vite, un nuovo inizio come due bambini che iniziano ad esplorare il mondo e si raccontano le loro scoperte.


8 commenti:

gegio ha detto...

Per me lo straniamento dei protagonisti è dovuto alla città che sembra non dormire mai. Non andiamo poi troppo in là sulla storia tra loro due, sono da considerare piuttosto buoni amici...Comunque si vede che studi cinema.
Un saluto

Anna ha detto...

Vidi il film quando uscì. L'ho rivisto con piacere un paio di volte quando è passato in tv.
Lo trovo molto elegante, e ironico. E quella "coppia" stralunata, vivace,malinconica è davvero poetica.

Maurizio Pratelli ha detto...

Un bellissimo visto. Da vedere almeno un paio di volte

zefirina ha detto...

mi era piaciuto molto anche se trasmetteve un forte senso di solitudine

Pietro ha detto...

certo che la scarlett di bella è bella, anche se nell'ultimo film di Allen mi attizzava più l'altra, che non ricordo come si chiami (non la Cruz eh)

gegio ha detto...

Forse mi sono confuso con un altro blogger nel dirti che si vede che studi cinema...
Non sei solo, finora hanno votato in 18. Ti mando il link ai grafici a torta:
http://spreadsheets.google.com/gform?key=p8mk30RmJiA1q9evwB9BIWQ&hl=it&gridId=0#chart

Questa settimana niente questionario...

Ishtar ha detto...

Mi hai incuriosito...ciao!

gegio ha detto...

Devo collegare computer a cervello...Non mi ricordavo del sondaggio su Mystic river...E per scrivere bene di cinema non serve studiarlo, complimenti per il commento al mio blog...